FARE FESTA, PERCHÉ? (giugno 2010) Carissimi amici di San Felice, si è appena conclusa la festa della parrocchia per il 34° anniversario della consacrazione della nostra chiesa, e a tutti viene spontanea a domanda: come è andata la festa? Siete soddisfatti? Non è difficile rispondere, ma qualsiasi impressione a caldo è soggettiva e discutibile, perché ci possono essere tanti altri punti di vista ugualmente validi.
In questa lettera, oltre a ringraziare di cuore coloro che – e sono davvero molti! – già da mesi hanno collaborato alla sua progettazione e realizzazione, vorrei riflettere ad alta voce sul perché si fa festa.
Si fa festa per celebrare una ricorrenza significativa i una persona, per esprimere la soddisfazione di un risultato raggiunto, per dar sfogo al senso di libertà e di gioia dopo un periodo di tensione e di stress particolarmente intenso...Noi abbiamo voluto far festa per esprimere ed alimentare nei partecipanti la bellezza e la voglia di stare insieme. È vero che fisicamente siamo sempre molto insieme gli uni vicini agli altri, che abbiamo tanti strumenti alla portata di mano, anche dei bambini, per comunicare in qualsiasi momento; ciò nonostante, più o meno tutti, avvertiamo facilmente un senso di vuoto e di insoddisfazione, quando ci fermiamo un attimo per rientrare in noi stessi. Che cosa ci manca? Probabilmente tutti siamo assetati di amicizia e cerchiamo cose semplici, relazioni autentiche. Qui si radica il bisogno di far festa per poter stare insieme tra noi, in modo utile e costruttivo. Questo stare insieme ci permette di essere fino in fondo noi stessi e ci fa anche crescere come persone.
Un secondo motivo per far festa è divertirsi e gustare la gioia dell’amicizia. Anche come adulti io credo dobbiamo riscoprire la dimensione ludica della vita e il senso del tempo libero. Se ci lasciamo prendere troppo dalle nostre responsabilità e non sappiamo più sorridere di noi stessi, facilmente in noi prende piede un senso di affanno, che ci impedisce di gustare le cose belle di ogni giorno. Si può dire allora che, quando chi partecipa a una festa si diverte, allora la festa è riuscita, anche se quanto è stato proposto poteva essere impostato diversamente.
Infine, per verificare se una festa ha avuto successo, occorre valutare anche quanto ci è costata e quanto ci ha fruttato. È importante sia non spendere soldi in modo esagerato, trascurando la sobrietà e la solidarietà, sia avere un congruo guadagno per chi la organizza. Questo discorso non può essere estraneo alla festa, perché senza il denaro non possiamo fare molto; ma non deve essere questo il motivo portante della festa, perché da qui derivano liti e divisioni. Che è come dire far morire il motivo per il quale si ha bisogno della festa.
Allora, come è andata la festa della parrocchia questa volta? A me pare che chi l’ha progettata e costruita si è davvero divertito ed è stato contento. Si è arrivati stanchi la domenica sera; alla Messa di ringraziamento del lunedì sera, abbiamo cantato con gioia il nostro grazie al Signore, abbiamo ravvivato nella fede e nella preghiera la memoria di tutti i nostri morti e, alla fine, abbiamo anche gustato volentieri un buon prosecco di Valdobbiadene.
Eravamo stanchi ma contenti. Quindi è andata bene.
È vero che negli anni passati si realizzavano anche più cose e che forse c’era più partecipazione, ma, se permettete un proverbio, “il sarto fa i vestiti con la stoffa che ha”.
In avvenire si può fare molto di più (e ripartiremo già da dopo l’estate a programmare la festa del 35° della parrocchia, sapendo che nel 2011 ricorre anche il 400° anniversario della canonizzazione di San Carlo Borromeo); ma per raggiungere questo obiettivo, è necessaria la partecipazione di tutti. Non basta stare ad osservare dall’esterno. A proposito, vieni anche tu che mi stai leggendo? Sei il benvenuto! Ora però vi auguro buona estate!
don Francesco
A COSA SERVE UN PRETE NEL NOSTRO QUARTIERE? (giugno 2009) Carissimi amici di San Felice, prima della pausa estiva vi raggiungo con il mio scritto per consegnarvi qualche riflessione, che però non vorrebbe essere smarrita nella sabbia del mare o tra i boschi dei monti, ma che desidera essere tenuta presente da tutti noi, anche nel cammino dei mesi futuri. Si tratta dell’anno sacerdotale, indetto dal Papa e che decorre dal 19 giugno, festa del S. Cuore di Gesù, fino alla stessa data del prossimo anno. L’anno è stato pensato e voluto in occasione del 150° anniversario della morte del Santo Curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney, definito dal Papa “vero esempio di Pastore al servizio del gregge di Cristo”. Non intendo portare la vostra attenzione sulla mia persona; preferisco invece riflettere ad alta voce su questa domanda: che cosa ci sta a fare un prete nella città moderna, in un quartiere come il nostro? Serve ancora la sua presenza e, se sì come penso, a che cosa essa deve servire? Scrivo questo per invitarvi a riflettere sul nostro rapporto col sacro e sulla dimensione religiosa della vita. In questi ultimi tempi, la responsabilità nazionale in Incontro Matrimoniale mi coinvolge parecchio e comporta anche mie ripetute assenze; spesso mi sento dire da voi: “Sono venuto a cercarti, ma non ti ho trovato”. È vero, non è facile trovarmi; ma - se sono in casa - c’è chi dice: non ti si vede mai in giro; se sono nelle case o per le strade del quartiere, c’è chi si lamenta che l’ufficio parrocchiale è deserto. Non è facile accontentare tutti. Però mi chiedo: che cosa cerca la gente dal prete? Solo una persona disponibile, e possibilmente anche affabile, che soddisfi il proprio bisogno immediato? Solo un funzionario che sbrighi alcune pratiche necessarie dal punto di vista giuridico? Una persona riservata e sicura, con la quale sfogare i guai in modo gratuito, solo perché non si ha nessuno con cui aprire il proprio cuore? Tutto questo può essere utile e dà anche dei buoni vantaggi, a voi e al prete, ma, a parer mio, non è sufficiente. A qualche persona che da me desidera l’elemosina, quasi che io più di altri debba essere obbligato a quel gesto, mi è capitato di rispondere: “Ma è possibile che tu vieni dal prete solo per chiedere soldi? Perché non chiedi mai una parola su Dio o di essere aiutato a pregare?”. Ripeto: serve il prete oggi? In un quartiere come il nostro? Io sono convinto di sì, soprattutto per coltivare nella nostra mentalità post-moderna la dimensione spirituale della persona, per indicare a chi vuol vivere da cristiano autentico la strada che conduce all’incontro con Gesù Cristo, per camminare insieme, nella comunione responsabile e fraterna con tutta la Chiesa. Se venisse meno nella persona questa dimensione spirituale, religiosa e di fede, cadremmo tutti nel più bieco materialismo e saremmo vittime di tante cattiverie ed egoismi. È necessario per ogni uomo, se vuole essere costruttore della propria dignità e coltivare la propria spiritualità, darsi tempi e strumenti per crescere nella dimensione religiosa della vita; e uno strumento qualificato per questa crescita, oggettivamente, è la figura e il ministero del prete, soprattutto per chi è battezzato ed intende custodire la fede ricevuta in dono. L’avere una cultura, qualsiasi essa sia, e vivere in una realtà moderna, non solo non esonera, ma ancor di più esige che ognuno si rafforzi “nell’uomo interiore”, per dirla con San Paolo. A che punto siamo noi a questo proposito? Ciascuno per la sua parte deve valutare se stesso. Personalmente vi confido che l’altra notte, in sogno, in un’ultima cena di non so chi, ho visto il Signore Gesù, al centro della tavola, tra i suoi discepoli, che piangeva. Sono rimasto fortemente impressionato, mi è venuto istintivo pregare con un Gloria e dirgli: se piangi per me, ti chiedo sinceramente perdono, se piangi per la mia gente, voglio intercedere per tutti loro e chiederti misericordia; accetta il mio modesto servizio per il bene di tutta questa gente, che è tua. Con questi sentimenti e augurandovi un’estate buona e fruttuosa, soprattutto per questi valori spirituali e di fede, vi saluto cordialmente. Vostro don Francesco
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