L’intervento sulla povertà del CPP

I poveri sono nostri fratelli

La presenza di un mendicante nel quartiere interroga tutti: cos’è la povertà? Come aiutare chi è nel bisogno? La riflessione del Consiglio pastorale: un mendicante è un segno di Dio per ognuno di noi, ci ricorda che siamo custodi l’uno dell’altro. Ma non sempre corrisponde a giustizia e carità dargli un soldo lasciandolo dov’è; meglio dare (e più che si può!) a chi con dedizione e sacrificio di sé si occupa di situazioni così estreme. Sulle nuove povertà sabato 12 aprile si svolgerà una tavola rotonda organizzata dai Lions all’auditorium Verdi di Segrate, ore 9.

La povertà è fame. È vivere senza un tetto. È allungare la mano e ricevere spesso in cambio indifferenza. Le prospettive a lungo termine si trasformano in un cammino giorno per giorno. L’importante è arrivare a domani. Dopo si vedrà. I volti della povertà cambiano nei luoghi e nel tempo. Abbiamo letto nelle scorse settimane sia su “7 giorni” sia sul “Foglio” di Segrate articoli riguardanti una persona che vive nel bisogno e che vediamo quasi ogni giorno nel nostro quartiere. È motivo di grande contentezza sapere che tanta attenzione viene rivolta a questa situazione: fa bene al cuore avvertire calore in un mondo che ci appare così freddo e distaccato.

Il tema della carità è complesso e ampio, impossibile da esaurire in poche righe, ma deve esserci caro come un tema fondamentale che guida la vita di ogni persona. La domanda rivolta a tutti, proprio qui su “7 giorni”, su cosa se ne pensi non può cadere nel vuoto.

Quale povertà abbiamo di fronte oggi? Si tratta di immigrati in situazioni di disagio, di italiani che hanno perduto il lavoro, di padri separati che non riescono a sostenere col loro stipendio il mantenimento dei figli. Davanti alle mense che offrono gratuitamente un pasto caldo le file si allungano. Alla Caritas, la nostra di San Felice come qualunque altra, aumentano le persone che chiedono un sostegno economico, una speranza, un lavoro. Davanti alle chiese, la nostra come tutte le altre, mani si tendono per chiedere aiuto. Che possiamo fare? Come aiutare le sempre più numerose persone in difficoltà? Accoglierle? Rifiutarle? Per tentare di rispondere a queste domande il 5 marzo scorso si è riunito il nostro Consiglio parrocchiale, sollecitato anche dalla presenza nel nostro quartiere di persone in difficoltà che hanno destato curiosità, interesse, qualche protesta, addirittura richieste di allontanamento.

Nella riunione il tema è stato affrontato nei suoi due aspetti principali. Primo, l’atteggiamento da assumere: possiamo davvero rifiutarli? Chiudere gli occhi e sperare di non vedere il problema, quando basta recarsi a Milano per essere “aggrediti” da richieste, suppliche, mani che si tendono? Certo l’accoglienza comporta dei rischi: primo fra tutti quelli di essere a nostra volta “invasi” da postulanti di vario genere. Ma noi che abbiamo una casa e la sicurezza economica, che possiamo comunque offrire ai nostri figli una speranza per il futuro, che non conosciamo l’umiliazione di dover chiedere aiuto ad estranei, possiamo veramente pensare di allontanare questa persone come fossero solo un elemento di disturbo, di fastidio nella tranquilla vita di San Felice?
Prima di tutto abbiamo il dovere morale di conoscere chi sono le persone che sono arrivate da noi, di cosa hanno bisogno, cosa possiamo fare per aiutarle. Il senso primo dell’accoglienza è questo : non allontanare e nemmeno dare indiscriminatamente, ma ascoltare, cercare di capire, chiedersi come intervenire. Anche in questo modo una comunità realizza il senso del suo vivere insieme, che non è solo il contare gli anni che passano e ricordare i momenti belli, ma costruire un più profondo senso di convivenza basato sulla solidarietà nei confronti tanto del vicino di casa quanto dei volti sconosciuti che ci chiedono aiuto.

Il secondo aspetto riguarda le modalità concrete di aiuto. Ogni persona dovrebbe sentirsi sollecitata nel profondo dalla povertà, ma operare con giustizia nella carità è una delle cose più difficili che ci siano. Aiutare gli altri è un’azione gratificanti per chiunque, ma qui è il punto: cerco il bene altrui o la mia gratificazione? La vera carità è nella gratuità, che non si trova nel sentimentalismo ma nel desiderio di amare e di entrare in relazione con un altro: solo così è possibile comprendere i bisogni altrui. Vale più dare una moneta o accompagnare una persona sola dove può davvero essere aiutata (per un pasto caldo, un tetto, un abito e, quando serve, anche un supporto economico)?
A volte si danno soldi che non danno sollievo, ma solo facile senso di solidarietà: il povero si aiuta prima di tutto pensandolo ogni giorno, non dimenticando che mentre siamo in una condizione di privilegio altri invece soffrono; ed entrando in relazione con chi è nel bisogno, donando prima di tutto uno sguardo, un sorriso e un dialogo da persona a persona , che porti a comprendere le reali necessità, compatire il disagio e condividere la speranza, e quindi fornire l’aiuto necessario.
Un processo che non può esaurirsi nel semplice gesto di donare una moneta.

Chi mendica è nel pieno diritto di essere aiutato. E se, qualche volta, non accetta quell’aiuto che può a poco a poco anche evitargli di mendicare, allora non è più solo un mendicante, ma anche un approfittatore del buon cuore altrui: le numerose organizzazioni che si occupano con passione di chi è nel bisogno, in primis la Caritas ma non solo, sono in grado non solo di alleviare concretamente le sofferenze ma anche di evitare il più possibile che le donazioni si disperdano, magari alimentando situazioni di sfruttamento, oggi sempre più diffuse.

Un mendicante è un segno di Dio per ognuno di noi, ci ricorda che siamo custodi l’uno dell’altro, va accolto come fratello ma non sempre corrisponde a giustizia e carità dargli un soldo lasciandolo dov’è; meglio dare (e più che si può!) a chi con dedizione e sacrificio di sé si occupa di situazioni così estreme.

don Paolo e il Consiglio pastorale