I tre giorni di esercizi spirituali, vissuti la scorsa settimana nella chiesa di San Felice da una quarantina di persone, hanno offerto l’occasione di conoscere meglio l’antica preghiera “Anima Christi”, composta da un anonimo medioevale e riproposta nel ‘500 da sant’Ignazio di Loyola, fino a diventare parte della spiritualità cristiana. Riscoprire la ricchezza di questo antico tesoro è particolarmente utile nel contesto attuale, segnato da “afasia” religiosa. La rarefazione del dialogo con Dio dipende anche dal fatto che non si sa precisamente “che cosa dire” quando lo si prega: la ripresa di questo testo (insieme ad altre preghiere) può rivelarsi una risorsa preziosa. Ecco i sintetici pensieri offerti da don Luca (lo ringraziamo per la chiarezza e l’incisività) che condividiamo con tutti.
Anima di Cristo, santificami
Gesù non è più incontrabile dal punto di vista sensoriale. L’orante, allora, punta diritto all’interiorità più originale della sua persona: anima di Cristo. Si mette immediatamente “cuore a cuore” con lui. Avendo assunto un’umanità come la nostra, Gesù Cristo aveva un’anima umana. In Gesù «abita corporalmente la pienezza della divinità», quindi il credente sembra proprio orientato a chiedere la partecipazione a tale pienezza, a questa divina santità. L’orante chiede a Dio di essere reso simile a lui. nUna volta si entrava in contatto con la santità di Dio nel pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme. Da un simile incontro si usciva diversi, rinnovati, grondanti di vita e di santità. Anche il concetto ebraico di santità come kabod, cioè “peso”, è di aiuto: il credente riceve il dono desiderato, cioè una vita ricca di senso, solida, bella.
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